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“This is seventh heaven street to me
don’t be so proud
you’re just another angel in the crowd…”
In questo pezzo, uno dei miei preferiti dei Dire Straits, si respira in pieno, secondo me, la loro poetica ed in particolare lo stile country-folk che caratterizza tutta la produzione successiva di Mark Knopfler.
Con Wild West End Mark dipinge un quadro: la cornice è la Londra della fine degli anni ’70, una Londra sicuramente molto più tranquilla e con ritmi più lenti dell’attuale, frenetica metropoli, e già questo salto nel passato è insieme rilassante ed onirico. Dicevo, egli dipinge e racconta una storia, come fa praticamente in ogni sua canzone, da quando ha incominciato a scrivere con i Dire Straits fino ai giorni d’oggi, nella sua carriera da solista. Più avanti ne riporto il testo integrale.
Questo continuum e questa coerenza narrativa a mio avviso si percepisce sin dagli inizi, ed è rimasta immutata in Mark fino al presente, con la dovuta crescita nello stile e nella ricercatezza musicale.
Il genere, seppur io non sia un critico e a questo punto arrivo ai miei limiti nella descrizione del brano, è un piacevole e melodico country, in cui fa capolino la stupenda National Steel guitar del 1937, la stessa che poi verrà usata per suonare Romeo & Juliet nell’album Making Movies del 1980 e che credo quasi tutti conoscete per averla vista nei video dei concerti o nelle copertine dei dischi.
Buon ascolto!
Stepping out to Angelucci’s for my coffee beans
Checking out the movies and the magazines
Waitress she watches me crossing from the Barocco Bar
I’m getting a pickup for my steel guitar
I saw you walking out Shaftesbury Avenue
Excuse me for talking I wanna marry you
This is seventh heaven street to me
Don’t be so proud
You’re just another angel in the crowd
And I’m walking in he wild west end
Walking with your wild best friend
And my conductress on the number nineteen
She was a honey
Pink toenails and hands all dirty with money
Greasy hair easy smile
Made me feel nineteen for a while
And we went down to Chinatown
In the backroom it’s a man’s world
All the money go down
Duck inside the doorway gotta duck to eat
Right now feels alright now
You and me we can’t beat
And a gogo dancing girl yes I saw her
The deejay he say here’s Mandy for ya
I feel alright to see her
But she’s paid to do that stuff
She’s dancing high I move on by
The close ups can get rough
When you’re walking in the wild west end
Adoro il bianco e nero in fotografia. Ti permette di isolare uno specifico momento con una forza ed una comunicatività a mio avviso superiori di quanto possa fare una fotografia a colori. Quando il colore non mi dice nulla in una foto, che sia comunque valida come soggetto, passo direttamente ad elaborarne una versione in bianco e nero. In certi casi, invece, la foto è pensata in questo modo fin dall’inizio.
Il bello del bianconero è di lasciare all’osservatore il compito (o, se vogliamo, la facoltà) di immaginare i colori nella foto. E’ come se l’immagine raccontasse una verità più incisiva, più assoluta, dello stesso momento. Sembra di essere catapultati in una dimensione parallela, una realtà che esiste a prescindere da quella che vediamo con i nostri occhi, ma che vi è in qualche modo collegata.
Infine, le tecniche che si possono usare per realizzare un bianco e nero di proprio (e altrui) gradimento sono diverse: dalle foto ad alto contrasto, a quelle a dinamica piena (comprendenti una vasta scala di grigi) a quelle con i costrasti attenuati e dalle sfumature morbide. La conversione dal colore al bianco e nero sembrerebbe a prima vista un’operazione banale, ma invece non lo è, se si tiene presente quanto considerato finora, da un punto di vista concettuale/contenutistico e stilistico.
Negli ultimi due fine settimana ho avuto la fortuna di poter scattare in uno scenario diverso, raro fino ad oggi a Roma: una città imbiancata dalla neve. L’atmosfera generale è molto diversa dal solito… silenziosa, gioiosa (per molti), a tratti fatata.
Privilegiare i contenuti rispetto alla forma (che pure è importante) ti porta ad essere, piuttosto che apparire, ed a scegliere chi è, invece di chi appare (solamente).
Sul ritratto ho un approccio il più possibile spontaneo. La ritrattistica è un settore della fotografia che mi piace molto. Preferisco le foto spontanee, naturali, dove il soggetto non è in posa: i miei scatti migliori sono quelli ‘rubati’, in questo senso.
La situazione migliore capita quando il soggetto non si accorge di essere ripreso, oppure, anche se lo sa, non fa caso alla mia presenza. Poi ci sono le brave modelle (o modelli) che riescono a mimare una posa naturale, in cui non sembra che stiano in posa. In questo caso però, da fotografo, mi piace creare una situazione, una piccola storia… insomma, far compiere al soggetto un’azione che contestualizzi la sua presenza all’interno dell’immagine. Altrimenti la foto in sé perde di significato. I pesci lessi o i sacchi di patate non fanno per me, nella ritrattistica. 🙂
Per vedere alcuni ritratti scattati da me, clicca su questo link.